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Le intenzioni e la pratica…come si allineano per te?

5746395350_7e226465ed_o “Gli asana sono delle mappe utili per esplorare te stessa, ma non sono il territorio. L’obiettivo della pratica di asana è di vivere nel tuo corpo e apprendere come percepire con chiarezza attraverso il corpo stesso.”

Donna Farhi,  Yoga Mind, Body & Spirit

Sono tornata da poco dagli USA, dove vado ogni estate a trovare la mia famiglia. Vivere lontana da loro non è facile. Nonostante i molti anni qui in Italia, sono comunque una ‘extracomunitaria’ in questo bel Paese, ma dato che sono stata all’estero da così tanti anni, mi sento un po’ straniera anche quando torno in America.

In questi momenti di viaggio e transito fra le culture mi trovo spesso in uno stato più meditativo, pensieroso e a volte davanti a qualche dubbio o incertezza. Essendo in un momento del genere ho scritto questo articolo nutrito dalle mie riflessioni dopo più di un mese all’estero – e in preparazione per il mio nuovo viaggio in Bulgaria da dove sono tornata partecipando alla ripresa dei video yoga con Jules Mitchell,  insegnante straordinaria che lavora con il sito yoga online Udaya.

Per prepararmi ad affrontare le quattro pratiche al giorno (davanti a un telecamera, gulp!!!), ho praticato parecchio quest’estate, da sola e in un centro yoga che amo a Santa Cruz, California: Luma Yoga. Nel centro Luma e mi sento sempre accolta, nonostante il mio stato di ‘straniera’, mi trovo a mio agio e riesco a spingermi a fare cose nuove in un’ambiente che mi dà sicurezza.

In questo periodo ho anche completato un corso chiamato “Healing Trauma Through Yoga” (Guarire il Trauma Attraverso lo Yoga) tenuto da David Emerson, direttore del programma di yoga al The Trauma Center at Justice Resource Institute (Centro Trauma al Istituto di Risorse di Giustizia). Seguendo questo corso ho iniziato a capire meglio gli effetti dei traumi sulle persone (trauma fisico ed/o emotivo) che cercano sul tappetino di yoga un sollievo, un sostegno, il voler stare meglio.

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Pensando a come mi sentivo sicura e a mio agio al centro di Santa Cruz  ho riflettuto su quante volte, in altri luoghi non mi sono sentita accolta, ascoltata, o ben seguita sul tappetino. Al momento davo la colpa a me stessa – non ero in grado di seguire bene, non conoscevo bene ‘la scuola’ e la loro tradizione, ecc. Lo yoga ha tanto potenziale per aiutare a guarirci dalle molte ferite che possiamo accumulare lungo l’arco della vita, sia nel corpo che nella mente/cuore. Ma non è scontato che la pratica guarirà, e può sembrare strano ma è possibile farsi male non solo fisicamente.

È una tematica  ancora tabù nel mondo dello yoga qui in Europa ma America e Canada c’è un “dialogo” acceso su questo. Una delle domande più discusse sopratutto nella comunità degli insegnanti, è questa: cosa stiamo facendo veramente quando pratichiamo lo yoga, soprattutto gli asana? In inglese questa domanda è stata accorciata dal praticante, insegnante e blogger di yoga Canadese Matthew Remski con: WAWADIA, ovvero “What Are We Actually Doing In Asana?”. È una domanda importante da considerare nella nostra pratica personale  – e se insegniamo nel nostro insegnamento – e come tutte le domande interessanti, non ha risposte facili. Vi suggerisco caldamente (se avete la possibilità di leggere in inglese) di andare a guardare il blog di Matthew Remski , che mette in discussione i dogma e molti dei presupposti che hanno preso vita da quando lo yoga si è trasformato da una disciplina spirituale strettamente indiana ad una forma di esercizio e stile di vita per tanti di noi in Europa e negli Stati Uniti… inutile dirvi che sta suscitando diverse reazioni.

Personalmente, ho avuto esperienze variate sul tappetino nei miei quasi vent’anni come praticante e insegnante. Essendo una di quelle persone che non seguono mai la stessa ricetta in cucina, non dovrebbe sorprendere che sono stata sempre curiosa di sperimentare approcci e diverse scuole di yoga, anche spesso molto differenti tra di loro. Mi sono formata come insegnante all’ Associazione Italiana di Raja Yoga a Milano, ma come praticante ho seguito altre strade, sia prima che dopo la mia formazione, e quando viaggio per il mondo ovunque mi trovo mi tuffo spesso nelle lezioni di yoga di scuole diverse.

Mi ricordo bene una lezione che ho fatto di una scuola che non avevo mai sperimentato. In questa pratica non mi sentivo di voler fare la posizione della ruota (Urdhva Dhanurasana) perché sapevo di non avere in quel momento né la forza né la mobilità giusta nelle braccia/spalle/anche per dare sostegno alla mia schiena. Ho spiegato all’insegnante che preferivo non fare la posa. L’insegnante (ndr. un’insegnante celebre e riconosciuta in tutto il mondo) invece che capire meglio le mie motivazioni o darmi una posizione alternativa o una variante, ha fatto arrivare due dei suoi assistenti che hanno cercato di mettermi nella posa tirandomi su dalla schiena.13461037_10154274136009771_627471386_o (1)

In molte scuole di yoga è istruito di evitare certe posizioni, se non la pratica di asana in toto, durante le mestruazioni. Ho finalmente scelto di dire di avere il ciclo, sapendo che sarebbe stato il solo modo in cui avrebbero accettato di non farmi fare la posa. Continua a colpirmi il fatto che questa scusa (che tra l’altro non era vera) fosse accettabile mentre il fatto che in quel momento non mi sentivo di spingere il corpo oltre il suo limite non lo fosse!?

“Ascolta e rispetta i tuoi limiti”

Se in quasi tutte le scuole di yoga (anche in quella scuola della lezione sopra- citata) ci viene detto di rispettare i nostri limiti, perché invece ci troviamo spesso in situazioni dove il messaggio sottolineato dalla pratica sembra esattamente l’opposto? E per noi insegnanti che citiamo quella frase, sappiamo veramente come istruire qualcuno nel riconoscere i suoi ‘limiti’? Cosa vuol dire un ‘limite’ per te?

Queste domande mi portano ad un’altra tematica importante che avevo accennato prima, nel mondo dello yoga ancora abbastanza tabù: la realtà che ci si può fare male sul tappetino.  Spesso ci facciamo male fisicamente, non necessariamente per colpa della pratica in sé, ma per il modo in cui eseguiamo l’asana ignorando le sensazioni che il corpo ci manda per segnalarci di aver raggiunto un limite o magari perché davanti agli altri o davanti a un/a insegnante vogliamo fare bella figura e mettiamo come priorità la nostra ‘performance’ sul tappetino,… o addirittura perché ci è stato detto che il dolore fa parte di una trasformazione spirituale e quindi è interpretato come un segnale di ‘crescita’ personale. I motivi per i quali ci spingiamo oltre il nostro limite sono tanti, ma sono tante anche le conseguenze…certe delle quali si manifestano solo nel tempo, soprattutto se insegnando o praticando intensamente, ripetiamo gli stessi movimenti nello stesso modo tutti i giorni (pensate ai vinyasa fatti tante volte solo in una pratica). Le conseguenze a lungo (o meno) andare possono manifestarsi come legamenti sovraccaricati (sopratutto della spalla e/o ginocchio), cartilagini articolari esaurite e/o dischi intervertebrali compressi (le zone più colpite sono anche quelle più mobili: colonna cervicale e lombare). Non è una certezza che ci faremo male, anzi, si spera che lo yoga possa farci solo del bene, ma il modo in cui viene insegnato in tante scuole spesso manca variabilità di movimenti e dipende invece da movimenti e posizioni ripetuti nel tempo, a volte anche molto velocemente.

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Se la nostra intenzione è di eseguire delle forme sul tappetino a qualsiasi costo, queste riflessioni magari non ci servono. Se invece pratichiamo lo yoga per cercare di migliorare la nostra flessibilità e stabilità, di ridurre certi dolorini fisici e fare bene al nostro corpo/mente/spirito, allora la nostra intenzione di ottenere benessere può essere impedita se non impariamo ad eseguire le pose ascoltando e rispettando il nostro corpo.

Ci viene spesso raccontato, e certi di noi hanno vissuto le numerose risonanze della pratica di yoga che ci toccano su piani sottili ed energetici. Eppure in questa vita non è possibile negare che siamo incarnati in questo corpo e, a mio parere, bisogna trattarlo con il rispetto e la devozione che merita. La filosofia yoga esprime questo sentimento con la parola ahimsa, non violenza.

Ahimsa attraverso una migliore conoscenza del corpo?

Negli ultimi anni, questi pensieri mi hanno spinto ad approfondire lo studio del corpo per imparare meglio come muovermi sul tappetino in un modo che rispetta il mio corpo e le relazioni fra le parti che lo compongono… in un modo più allineato con le mie intenzioni di abitare pienamente e felicemente il mio corpo. Ho cominciato i miei studi, che continuo ancora adesso, con vari insegnanti di anatomia e biomeccanica come Jules Mitchell che viene dal mondo dello yoga ma anche con  Katy Bowman di Nutritious Movement™ , che insegna come cambiare i nostri modi sedentari per ritrovare un corpo più funzionale.

Ho cominciato a capire meglio non solo come muovermi in modo più coerente con le forze che mi/ci circondano (es. la gravità e la forza di azione/reazione che ritorna della terra stessa), insieme a quelle che creo io con i miei stessi movimenti, ma anche come ricavare i doni più preziosi che la pratica ci può regalare: un corpo e uno spirito più equilibrato, funzionale, resiliente e felice.

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Ho trovato che una migliore conoscenza del corpo e come si muove, mi fornisce delle informazioni essenziali che informano le mie scelte sul tappetino, sia come praticante, ma soprattutto come insegnante: decidere o meno di fare/insegnare un asana… o meglio ancora, di poter modulare e modificare per andare incontro al corpo (e mente) con tutte le sue esigenze e ‘limiti’ presenti in quel preciso momento – e aiutare i miei allievi stessi a prendere le decisioni migliori per il loro corpo di momento in momento.

Ho un profondo rispetto per tutti gli insegnanti che ho incontrato e incontro ancora nel mio percorso sul tappetino (anche l’insegnante che insisteva a sollevarmi in Urdha Dhanurasana :)) perché imparo sempre qualcosa di prezioso da ognuno. Essendomi però informata di prima persona sulla funzionalità e fisiologia di questo corpo complesso e meraviglioso, mi fido ancora di più del mio corpo, di me stessa e la mia capacità di adattare la pratica alle mie esigenze, che alla fine solo io posso sapere e capire. La mia formazione come insegnante di yoga insisteva proprio, citando Krishnamacharya e il suo allievo Gerard Blitz, sull’importanza di adattare la pratica per andare incontro alle nostre esigenze e non adattare noi stessi per adempire le esigenze della pratica. Per me, imparare come mettere questa frase in pratica è un percorso lungo e a volte doloroso, che continua ogni giorno.

Incontri provvidenziali

Cercando una pratica di yoga più allineata con le mie intenzioni, e con le realtà fisiche di avere un corpo, mi ha portato a conoscere altre persone con approcci e domande simili alle mie. Una di queste persone è Vittoria Frua, che ho conosciuto a un workshop di Leslie Kaminoff allo Yoga Festival di Milano.

Vittoria e io abbiamo scoperto di avere molte domande e riflessioni simili. Avevamo anche una voglia di dare spazio a questa conversazione qui in Italia. Di conseguenza, abbiamo creato una pagina Facebook per condividere le nostre esperienze sul tappetino, come praticanti e/o insegnanti.

Il nostro desiderio è che questo sia uno spazio sicuro e amichevole, dove tutti quanti possiamo condividere i nostri vissuti vari come praticanti, positive o meno, senza giudizi o tabù. Se queste riflessioni vi interessano, vi invitiamo caldamente a venire a fare parte della conversazione sulla nostra pagina Facebook, dove poniamo domande, postiamo blog, link e articoli interessanti dal mondo dello yoga e anatomia, e dove speriamo di sentire più voci e riflessioni personali qui in Italia su tutte le tematiche che ci uniscono come comunità yogica.v&me

Abbiamo anche creato una serie di workshop mirati ad insegnanti e praticanti di lunga data, per condividere le conoscenze e principi dal mondo dello yoga, dell’anatomia e della biomeccanica in modo da esplorare insieme come una migliore conoscenza del corpo può aiutarci a muoverci meglio sul tappetino. Per chi insegna, queste esplorazioni aiutano a dare ai nostri allievi una maggiore sicurezza e libertà nella loro pratica. Abbiamo fatto un incontro introduttivo a fine maggio a Milano, e continueremo con un percorso di 4 appuntamenti a partire da Novembre 2016.

Speriamo che in questo dialogare possiamo essere guidati dall’ahimsa, satya, aparigraha e svadyaya: uno studio di sé, insieme e con rispetto per ognuno di noi, informato da una relazione onesta con la realtà, rilasciando i preconcetti, e le aspettative. … è anche vero che per farci queste domande dovremo lasciare andare le nostre idee certe, e questo non sempre sarà una conversazione facile, e magari ci metterà davanti a cose che abbiamo intuito ma non volevamo vedere o discutere apertamente,…guidati dai principi di yama e nyama che informano e accomunano molti dei nostri percorsi, nonostante la scuola o tradizione dalla quale veniamo, eviteremo di perderci nell’ orgoglio o la difesa. Lasceremo che questa indagine possa invece svelare delle verità comuni, risvegliare la nostra generosità e compassione per questa nostra grande e gloriosa comunità di yogi e yogin, e portarci a fare delle scoperte nobili insieme.

Aiutaci ad aprire un dialogo insieme, senza dogma, senza difese.
Vogliamo sentire anche la tua bella voce.cat yawn



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