Le intenzioni e la pratica…come si allineano per te?

5746395350_7e226465ed_o “Gli asana sono delle mappe utili per esplorare te stessa, ma non sono il territorio. L’obiettivo della pratica di asana è di vivere nel tuo corpo e apprendere come percepire con chiarezza attraverso il corpo stesso.”

Donna Farhi,  Yoga Mind, Body & Spirit

Sono tornata da poco dagli USA, dove vado ogni estate a trovare la mia famiglia. Vivere lontana da loro non è facile. Nonostante i molti anni qui in Italia, sono comunque una ‘extracomunitaria’ in questo bel Paese, ma dato che sono stata all’estero da così tanti anni, mi sento un po’ straniera anche quando torno in America.

In questi momenti di viaggio e transito fra le culture mi trovo spesso in uno stato più meditativo, pensieroso e a volte davanti a qualche dubbio o incertezza. Essendo in un momento del genere ho scritto questo articolo nutrito dalle mie riflessioni dopo più di un mese all’estero – e in preparazione per il mio nuovo viaggio in Bulgaria da dove sono tornata partecipando alla ripresa dei video yoga con Jules Mitchell,  insegnante straordinaria che lavora con il sito yoga online Udaya.

Per prepararmi ad affrontare le quattro pratiche al giorno (davanti a un telecamera, gulp!!!), ho praticato parecchio quest’estate, da sola e in un centro yoga che amo a Santa Cruz, California: Luma Yoga. Nel centro Luma e mi sento sempre accolta, nonostante il mio stato di ‘straniera’, mi trovo a mio agio e riesco a spingermi a fare cose nuove in un’ambiente che mi dà sicurezza.

In questo periodo ho anche completato un corso chiamato “Healing Trauma Through Yoga” (Guarire il Trauma Attraverso lo Yoga) tenuto da David Emerson, direttore del programma di yoga al The Trauma Center at Justice Resource Institute (Centro Trauma al Istituto di Risorse di Giustizia). Seguendo questo corso ho iniziato a capire meglio gli effetti dei traumi sulle persone (trauma fisico ed/o emotivo) che cercano sul tappetino di yoga un sollievo, un sostegno, il voler stare meglio.

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Pensando a come mi sentivo sicura e a mio agio al centro di Santa Cruz  ho riflettuto su quante volte, in altri luoghi non mi sono sentita accolta, ascoltata, o ben seguita sul tappetino. Al momento davo la colpa a me stessa – non ero in grado di seguire bene, non conoscevo bene ‘la scuola’ e la loro tradizione, ecc. Lo yoga ha tanto potenziale per aiutare a guarirci dalle molte ferite che possiamo accumulare lungo l’arco della vita, sia nel corpo che nella mente/cuore. Ma non è scontato che la pratica guarirà, e può sembrare strano ma è possibile farsi male non solo fisicamente.

È una tematica  ancora tabù nel mondo dello yoga qui in Europa ma America e Canada c’è un “dialogo” acceso su questo. Una delle domande più discusse sopratutto nella comunità degli insegnanti, è questa: cosa stiamo facendo veramente quando pratichiamo lo yoga, soprattutto gli asana? In inglese questa domanda è stata accorciata dal praticante, insegnante e blogger di yoga Canadese Matthew Remski con: WAWADIA, ovvero “What Are We Actually Doing In Asana?”. È una domanda importante da considerare nella nostra pratica personale  – e se insegniamo nel nostro insegnamento – e come tutte le domande interessanti, non ha risposte facili. Vi suggerisco caldamente (se avete la possibilità di leggere in inglese) di andare a guardare il blog di Matthew Remski , che mette in discussione i dogma e molti dei presupposti che hanno preso vita da quando lo yoga si è trasformato da una disciplina spirituale strettamente indiana ad una forma di esercizio e stile di vita per tanti di noi in Europa e negli Stati Uniti… inutile dirvi che sta suscitando diverse reazioni.

Personalmente, ho avuto esperienze variate sul tappetino nei miei quasi vent’anni come praticante e insegnante. Essendo una di quelle persone che non seguono mai la stessa ricetta in cucina, non dovrebbe sorprendere che sono stata sempre curiosa di sperimentare approcci e diverse scuole di yoga, anche spesso molto differenti tra di loro. Mi sono formata come insegnante all’ Associazione Italiana di Raja Yoga a Milano, ma come praticante ho seguito altre strade, sia prima che dopo la mia formazione, e quando viaggio per il mondo ovunque mi trovo mi tuffo spesso nelle lezioni di yoga di scuole diverse.

Mi ricordo bene una lezione che ho fatto di una scuola che non avevo mai sperimentato. In questa pratica non mi sentivo di voler fare la posizione della ruota (Urdhva Dhanurasana) perché sapevo di non avere in quel momento né la forza né la mobilità giusta nelle braccia/spalle/anche per dare sostegno alla mia schiena. Ho spiegato all’insegnante che preferivo non fare la posa. L’insegnante (ndr. un’insegnante celebre e riconosciuta in tutto il mondo) invece che capire meglio le mie motivazioni o darmi una posizione alternativa o una variante, ha fatto arrivare due dei suoi assistenti che hanno cercato di mettermi nella posa tirandomi su dalla schiena.13461037_10154274136009771_627471386_o (1)

In molte scuole di yoga è istruito di evitare certe posizioni, se non la pratica di asana in toto, durante le mestruazioni. Ho finalmente scelto di dire di avere il ciclo, sapendo che sarebbe stato il solo modo in cui avrebbero accettato di non farmi fare la posa. Continua a colpirmi il fatto che questa scusa (che tra l’altro non era vera) fosse accettabile mentre il fatto che in quel momento non mi sentivo di spingere il corpo oltre il suo limite non lo fosse!?

“Ascolta e rispetta i tuoi limiti”

Se in quasi tutte le scuole di yoga (anche in quella scuola della lezione sopra- citata) ci viene detto di rispettare i nostri limiti, perché invece ci troviamo spesso in situazioni dove il messaggio sottolineato dalla pratica sembra esattamente l’opposto? E per noi insegnanti che citiamo quella frase, sappiamo veramente come istruire qualcuno nel riconoscere i suoi ‘limiti’? Cosa vuol dire un ‘limite’ per te?

Queste domande mi portano ad un’altra tematica importante che avevo accennato prima, nel mondo dello yoga ancora abbastanza tabù: la realtà che ci si può fare male sul tappetino.  Spesso ci facciamo male fisicamente, non necessariamente per colpa della pratica in sé, ma per il modo in cui eseguiamo l’asana ignorando le sensazioni che il corpo ci manda per segnalarci di aver raggiunto un limite o magari perché davanti agli altri o davanti a un/a insegnante vogliamo fare bella figura e mettiamo come priorità la nostra ‘performance’ sul tappetino,… o addirittura perché ci è stato detto che il dolore fa parte di una trasformazione spirituale e quindi è interpretato come un segnale di ‘crescita’ personale. I motivi per i quali ci spingiamo oltre il nostro limite sono tanti, ma sono tante anche le conseguenze…certe delle quali si manifestano solo nel tempo, soprattutto se insegnando o praticando intensamente, ripetiamo gli stessi movimenti nello stesso modo tutti i giorni (pensate ai vinyasa fatti tante volte solo in una pratica). Le conseguenze a lungo (o meno) andare possono manifestarsi come legamenti sovraccaricati (sopratutto della spalla e/o ginocchio), cartilagini articolari esaurite e/o dischi intervertebrali compressi (le zone più colpite sono anche quelle più mobili: colonna cervicale e lombare). Non è una certezza che ci faremo male, anzi, si spera che lo yoga possa farci solo del bene, ma il modo in cui viene insegnato in tante scuole spesso manca variabilità di movimenti e dipende invece da movimenti e posizioni ripetuti nel tempo, a volte anche molto velocemente.

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Se la nostra intenzione è di eseguire delle forme sul tappetino a qualsiasi costo, queste riflessioni magari non ci servono. Se invece pratichiamo lo yoga per cercare di migliorare la nostra flessibilità e stabilità, di ridurre certi dolorini fisici e fare bene al nostro corpo/mente/spirito, allora la nostra intenzione di ottenere benessere può essere impedita se non impariamo ad eseguire le pose ascoltando e rispettando il nostro corpo.

Ci viene spesso raccontato, e certi di noi hanno vissuto le numerose risonanze della pratica di yoga che ci toccano su piani sottili ed energetici. Eppure in questa vita non è possibile negare che siamo incarnati in questo corpo e, a mio parere, bisogna trattarlo con il rispetto e la devozione che merita. La filosofia yoga esprime questo sentimento con la parola ahimsa, non violenza.

Ahimsa attraverso una migliore conoscenza del corpo?

Negli ultimi anni, questi pensieri mi hanno spinto ad approfondire lo studio del corpo per imparare meglio come muovermi sul tappetino in un modo che rispetta il mio corpo e le relazioni fra le parti che lo compongono… in un modo più allineato con le mie intenzioni di abitare pienamente e felicemente il mio corpo. Ho cominciato i miei studi, che continuo ancora adesso, con vari insegnanti di anatomia e biomeccanica come Jules Mitchell che viene dal mondo dello yoga ma anche con  Katy Bowman di Nutritious Movement™ , che insegna come cambiare i nostri modi sedentari per ritrovare un corpo più funzionale.

Ho cominciato a capire meglio non solo come muovermi in modo più coerente con le forze che mi/ci circondano (es. la gravità e la forza di azione/reazione che ritorna della terra stessa), insieme a quelle che creo io con i miei stessi movimenti, ma anche come ricavare i doni più preziosi che la pratica ci può regalare: un corpo e uno spirito più equilibrato, funzionale, resiliente e felice.

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Ho trovato che una migliore conoscenza del corpo e come si muove, mi fornisce delle informazioni essenziali che informano le mie scelte sul tappetino, sia come praticante, ma soprattutto come insegnante: decidere o meno di fare/insegnare un asana… o meglio ancora, di poter modulare e modificare per andare incontro al corpo (e mente) con tutte le sue esigenze e ‘limiti’ presenti in quel preciso momento – e aiutare i miei allievi stessi a prendere le decisioni migliori per il loro corpo di momento in momento.

Ho un profondo rispetto per tutti gli insegnanti che ho incontrato e incontro ancora nel mio percorso sul tappetino (anche l’insegnante che insisteva a sollevarmi in Urdha Dhanurasana :)) perché imparo sempre qualcosa di prezioso da ognuno. Essendomi però informata di prima persona sulla funzionalità e fisiologia di questo corpo complesso e meraviglioso, mi fido ancora di più del mio corpo, di me stessa e la mia capacità di adattare la pratica alle mie esigenze, che alla fine solo io posso sapere e capire. La mia formazione come insegnante di yoga insisteva proprio, citando Krishnamacharya e il suo allievo Gerard Blitz, sull’importanza di adattare la pratica per andare incontro alle nostre esigenze e non adattare noi stessi per adempire le esigenze della pratica. Per me, imparare come mettere questa frase in pratica è un percorso lungo e a volte doloroso, che continua ogni giorno.

Incontri provvidenziali

Cercando una pratica di yoga più allineata con le mie intenzioni, e con le realtà fisiche di avere un corpo, mi ha portato a conoscere altre persone con approcci e domande simili alle mie. Una di queste persone è Vittoria Frua, che ho conosciuto a un workshop di Leslie Kaminoff allo Yoga Festival di Milano.

Vittoria e io abbiamo scoperto di avere molte domande e riflessioni simili. Avevamo anche una voglia di dare spazio a questa conversazione qui in Italia. Di conseguenza, abbiamo creato una pagina Facebook per condividere le nostre esperienze sul tappetino, come praticanti e/o insegnanti.

Il nostro desiderio è che questo sia uno spazio sicuro e amichevole, dove tutti quanti possiamo condividere i nostri vissuti vari come praticanti, positive o meno, senza giudizi o tabù. Se queste riflessioni vi interessano, vi invitiamo caldamente a venire a fare parte della conversazione sulla nostra pagina Facebook, dove poniamo domande, postiamo blog, link e articoli interessanti dal mondo dello yoga e anatomia, e dove speriamo di sentire più voci e riflessioni personali qui in Italia su tutte le tematiche che ci uniscono come comunità yogica.v&me

Abbiamo anche creato una serie di workshop mirati ad insegnanti e praticanti di lunga data, per condividere le conoscenze e principi dal mondo dello yoga, dell’anatomia e della biomeccanica in modo da esplorare insieme come una migliore conoscenza del corpo può aiutarci a muoverci meglio sul tappetino. Per chi insegna, queste esplorazioni aiutano a dare ai nostri allievi una maggiore sicurezza e libertà nella loro pratica. Abbiamo fatto un incontro introduttivo a fine maggio a Milano, e continueremo con un percorso di 4 appuntamenti a partire da Novembre 2016.

Speriamo che in questo dialogare possiamo essere guidati dall’ahimsa, satya, aparigraha e svadyaya: uno studio di sé, insieme e con rispetto per ognuno di noi, informato da una relazione onesta con la realtà, rilasciando i preconcetti, e le aspettative. … è anche vero che per farci queste domande dovremo lasciare andare le nostre idee certe, e questo non sempre sarà una conversazione facile, e magari ci metterà davanti a cose che abbiamo intuito ma non volevamo vedere o discutere apertamente,…guidati dai principi di yama e nyama che informano e accomunano molti dei nostri percorsi, nonostante la scuola o tradizione dalla quale veniamo, eviteremo di perderci nell’ orgoglio o la difesa. Lasceremo che questa indagine possa invece svelare delle verità comuni, risvegliare la nostra generosità e compassione per questa nostra grande e gloriosa comunità di yogi e yogin, e portarci a fare delle scoperte nobili insieme.

Aiutaci ad aprire un dialogo insieme, senza dogma, senza difese.
Vogliamo sentire anche la tua bella voce.cat yawn

6 pensieri su “Le intenzioni e la pratica…come si allineano per te?

  1. Riguardo all’ascolto e al rispetto dei propri limiti, durante l’esecuzione di asana e/o tecniche di pranayama, sono d’accordo: alle parole e alle dichiarazioni di intenti di insegnanti e di allievi troppo spesso corrisponde una realtà diversa.
    Penso che le cause principali siano dovute all’ego, al confronto con le altre persone che praticano contemporaneamente, nel percepire come un fallimento il non raggiungimento in quel momento di un risultato. Nel mio bagaglio ho meno anni di pratiche, ed esperienze yoghiche non così varie come le tue. Fin dalle prime esperienze ho cercato di applicare il più possibile il concetto di asana “ad occhi chiusi”. I vantaggi sono nella maggiore attenzione alle proprie sensazioni mentre si pratica e nel non vedere quanto le persone che ci stanno intorno siano più performanti (in apparenza, ma non c’è solo il corpo!). La “non competizione” è di aiuto nell’assenza di perfomance da ottenere: chi insegna e non “vede” progressi nei propri allievi può vivere il fatto come fallimento personale (e a volte giunge a forzare l’allievo con la convinzione di “aiutarlo” nel raggiungimento di obiettivi falsi); chi pratica e vede non solo nell’insegnante ma anche in qualche altro allievo il raggiungimento di risultati “migliori” non sempre si ricorda che l’assenza di un risultato da raggiungere è il mantra che andrebbe ripetuto all’inizio di ogni pratica, ed è l’atteggiamento che può (ma non necessariamente) dare nel tempo ciò che non è possibile oggi.
    Detto questo, sono consapevole che il mio lavoro sull’ego è appena agli inizi, sono “ingombrante” in tante situazioni quotidiane e quindi anche durante le pratiche di Yoga. La società contemporanea, insieme al tipo di studi e di attività che ho compiuto e che ormai fanno parte del mio involucro poco permeabile, non aiutano certo a ridurre l’espansione dell’ego. Anzi, lo status quo si tiene in piedi proponendo di continuo nuovi apparenti e quindi falsi “cambiamenti”, obiettivi “indispensabili” da ottenere per non essere “tagliati fuori”.
    Concludo (finalmente) con un caposaldo dello Yoga: il nostro ben-essere non è in un solo “aspetto” delle 8 parti classificate da Patañjali, e quindi non è neanche nella sola “efficienza fisica”. Giusto approfondire le conoscenze della “meccanica” del corpo, ma non pensiamo, come la scienza moderna ci ha abituato, di poter tralasciare le influenze più sottili (che invece la scienza contemporanea cerca, almeno in parte, di reintrodurre). Consideriamo il corpo come tempio, luogo fisico dell’incontro tra energie del microcosmo e del macrocosmo, bisognoso di attenzione-manutenzione non fine a se stessa ma per la vera Libertà dell’essere umano.
    Un abbraccio.
    Andrea

    • Ciao caro Andrea! Grazie tante per le tue bellissime riflessioni – che bello ‘sentire’ la tua voce dopo tutte queste settimane via! Concordo pienamente con le tue belle parole luminose, e ho avuto pensieri simili riguardo ‘l’ego’ e la sua presenza dominante, a volte ingannevole (come hai scritto, a volte ti fa pensare che sia cambiato, modulato o placcato;)). La bellezza dello yoga, e secondo me ‘il segreto’ dietro i suoi effetti fisici/psichici ben notati anche nel mondo scientifico, è proprio perché, come hai scritto, non riguarda/tocca/lavora solo sul livello corporeo. Non siamo ‘solo’ un corpo e questo bel percorso di yoga che abbiamo intrapreso riconosce questa complessità dell’essere umani, con tutti i suoi livelli sottili ancora non riconosciuti nel mondo occidentale scientifico (anche se tanta della ricerca recente conferma l’azione di qualcosa di meno grossolano, in termini e linguaggio diverso dei testi antichi). Ma, nella mia esperienza piccola e personale, sopratutto all’inizio del mio percorso, ho potuto ‘nascondere’ mio ego dietro questo aspetto più sottile della pratica. A volte andando alla ricerca degli strati meno fisici, lasciavo inesplorato tutto un campo fertile fisico dove avrei anche potuto interagire con mio ego (e come!) – insieme a una esplorazione infinita con l’involucro fisico che chiamiamo il corpo.

      In molte scuole di yoga, il corpo viene considerato qualcosa di contaminato, da superare, da purificare, disintossicare. L’idea che il corpo ‘non conta’ e che dovrebbe essere in qualche modo trasceso era attraente per me in un momento, essendo una persona che non abitava serenamente nel mio fisico. Incontrando insegnanti vari, tra i quali anche Eric Baret, ho cominciato a reintegrare l’aspetto fisico e l’ascolto del corpo nella mia pratica – non per fermarmi su questo piano, ma per fare amicizia con questo ‘strato’ (cara Annamaya Kosha, con la sua intelligenza profonda e meravigliosa), e quindi, anche con nuove sfaccettature del mio ego ;).

      Io penso che si possa lavorare con questo corpo in modo rispettoso e curioso per ritrovare una interezza più ampia, che ingloba poi molto più che solo corpo. Ma in questa società fissata sul fisico e i suoi ‘difetti’, penso che abbiamo perso invece un meravigliare dei suoi tanti qualità e doti…e come abitando il corpo pienamente ci può portare verso il micro/macrocosmo, come sottolinei sopra così eloquentemente nei tuoi commenti (il mio italiano è di nuovo ai livelli scantinanti dopo l’estate in inglese :-/ chiedo scusa!!)

      Questa è sempre e solo la mia esperienza, non posso descrivere altra, e per questo sono così felice che hai condiviso anche tu le tue riflessioni. Sicuramente ci sono persone che approcciano lo yoga solo in modo fisico, e poi scoprono un mondo nuovo e misterioso su altri piani (si spera!). Lo yoga per me ha una sua intelligenza profonda, che può portare ognuno di noi dove serve di più, a capire/sperimentare/vivere la pienezza inseparabile di essere umano.

      Lo yoga mi ha regalato un’altro prezioso dono: il relazionare (e osservarmi in questo) con me stessa e con gli altri esseri umani (un’altro ambito che cercavo di evitare come introversa!). Praticando insieme, e poi insegnando, ho imparato un mondo dai miei compagni di tappetino e ho conosciuto persone meravigliose come te…e per questo ne sono eternamente grata <3
      Grazie ancora per aver dedicato il tempo non solo a leggere mio articolo (lunghissimo!), e anche questa risposta (se sei arrivato!) ma anche di aver messo giù i tuoi pensieri profondi e fruttuosi. Non vedo l'ora di rivederti/vi sul tappetino a settembre!!

  2. Cara Hilary, vorrei parlare “male” l’inglese come tu parli e scrivi in italiano!
    Le scuole di Yoga in effetti hanno ormai una varietà di approcci che alcuni, quasi, appaiono opposti. Hai ricordato che in certi casi il corpo viene considerato un qualcosa da superare, se non addirittura peggio. I rami del Bhakti Yoga (quello improntato sulla “devozione”) in teoria (non so in pratica … ) non considerano neanche il corpo: facendo riferimento soprattutto a strofe della Bhagavad Gita sostengono che nella nostra era (Kali Yuga) l’unica via che porta alla liberazione (o all’unione con il Tutto Assoluto) è la sincera devozione. Tutto il resto non ha alcuna utilità.
    Sulla riva di fronte ci sono coloro che in maniera ossessiva prestano attenzione al solo aspetto “fisico”. In un certo senso, anche io mi sono avvicinato alla pratica yoghica con lo sguardo fisso sulle caratteristiche “atletiche”. Un medico mi consigliò di riprendere la frequentazione di una palestra, esperienza fatta un po’ di anni prima e con effetti positivi. La mia intenzione era quindi di seguire il consiglio ma ero frenato dagli stessi motivi che in passato mi fecero interrompere l’iscrizione: spostamenti senza senso di pesi, pedalate per non muoversi neanche di un centimetro, persone più o meno esaltate e attratte da prestazioni “numeriche” per le quali erano disposte a ingurgitare cibo in eccedenza e sostanze chimiche. La soluzione che trovai fu quella di passare a una “palestra” di Yoga, dove avrei potuto compiere i movimenti “atletici” di un tipo di “ginnastica dolce”, e anche dotati di significati (non chiedermi quali perché non ricordo fino a che punto arrivava lo stravolgimento dovuto alla mia ignoranza).
    Il fatto di avere avuto insegnanti preparate ed equilibrate, che hanno cercato, che hanno provato, che rispettano le diversità pur avendo fatto le loro scelte, che sono pronte a rimettersi in gioco quando le scelte hanno bisogno di una leggera correzione di rotta, è stato fondamentale nel prestare attenzione a ciò che facevo, nel suscitare la curiosità e non abbandonare le pratiche (come accade spesso tra i maschietti).
    Adesso forse do l’impressione di dare meno importanza al piano più fisico, può darsi che dipenda da una elasticità corporea dovuta anche alla struttura fisica. Penso invece che inizialmente la forma-asana vada raggiunto gradualmente, senza forzature, ma debba poi essere “mantenuto” per un tempo sufficiente. A volte dopo 2 o 3 respiri completi si deve abbandonare l’asana (ma era veramente asana?) mentre nel mio caso è a quel punto che l’attenzione si stacca sempre più dalla materialità del corpo a favore del più “sottile” respiro per poi staccarsi anche da questo e spostarsi sull’ancora più impalpabile …..
    A presto

    • Grazie Andrea per questa bellissima condivisione…il tuo percorso personale sicuramente risuona per molti, che arrivano allo yoga per motivi fisici (mal di schiena o la ricerca di un corpo più tonificato). Mi piace tantissimo il tuo racconto poi delle trasformazioni che hai captato, che ti hanno portato non ‘oltre’ il corpo, ma qualcosa in più del solo corpo. Sono molto onorata di aver condiviso questo percorso insieme a te e di poter anche condividere le nostre riflessioni grazie a questo strano mondo ‘virtuale’. Come dicono sul tappetino i miei colleghi in America, Namaste 😉 perché in questo caso merita ♥

      • Caro Andrea, vorrei solo esprimere una considerazione in merito all’argomento «raggiungimento di un obiettivo», che mi sembra tu giudichi negativamente.
        Certamente, se l’obiettivo da raggiungere si limita alla performance, al confronto con gli altri, alla competizione, ciò fa parte di un altro mondo, quello della ginnastica, dello sport, della prestazione atletica, non dello yoga.
        Ma se parliamo di approfondimento della conoscenza di sé (corpo-mente-spirito), di perfezionamento dell’ascolto, dobbiamo considerare anche il desiderio di migliorare, di oltrepassare i propri limiti contingenti, con pazienza, con gradualità, ma comunque di oltrepassarli. Alrimenti è ascolto inerte, sempre uguale a se stesso. Se così fosse, perché mai la nostra impareggiabile insegnante continuerebbe a studiare, conoscere, apprendere, se non per raggiungere nuovi orizzonti, forse anche professionali, ma certamente personali?
        Porsi un obiettivo di miglioramento (non un traguardo, ma una tappa lungo un cammino infinito), secondo me fa parte del movimento vitale.
        Forse questo concetto era contenuto nelle tue parole, ma io non l’ho capitop?
        Anna

  3. Ciao Anna. Quando mi capita di rispondere non verbalmente ma con parole scritte, cerco di far parlare parole già state scritte. Ovvero mi permetto di usare frasi o brani tratti da testi di persone “autorevoli” a cui eventualmente aggiungo commenti, esperienze personali, etc. Quindi tra le 10 “letture” che compaiono da anni nel sito, di cui 4 hanno come autore/coautore André Van Lysebeth, “estraggo” alcune considerazioni dal libro “Perfeziono lo Yoga”.
    Da pag. 111: «… perché halāsana (l’aratro) sia corretto, non è assolutamente indispensabile che gli alluci tocchino il suolo, al di là della testa. Almeno all’inizio. Finché non ha l’elasticità necessaria, l’adepto non dovrà sforzarsi per toccare il suolo a ogni costo. Si accontenterà della posizione che egli è in grado di mantenere immobile, a lungo e senza sforzo, e, con sua grande sorpresa, si accorgerà che i piedi toccheranno il suolo senza fatica e da soli, proprio quando egli meno se l’aspettava. Quando egli si trova immobile in questo modo, a lungo, senza sforzo e con la mente assorbita dal respiro, allora nasce una euforia particolare. Essa indica che è avvenuta una piena fusione in cui l’elemento perturbatore rappresentato da una attività fisica, intellettuale ed emotiva disordinata è stato eliminato».
    Da pag. 9 (“Lettera a un novizio”, scritto di Jean-Pierre Radu, che non so chi sia ma che avrà avuto il “benestare” di Van Lysebeth riguardo a ciò che scrive): «… nello Yoga la legge del progresso semplice, continuo non risulta in apparenza valida. Non è vero che si progredisce un poco ogni giorno. L’evoluzione avviene a sbalzi. Dopo settimane, perfino mesi di stasi, improvvisamente avviene lo sblocco, l’illuminazione, la scoperta della nuova tecnica. Era semplice, ma tu non vi eri riuscito».
    Provo a mettere insieme ciò che ho scritto nei commenti precedenti con le più autorevoli considerazioni di qui sopra.
    Innanzi tutto non giudico negativamente il raggiungimento di un obiettivo. Ho dei dubbi sul fatto che quando si tratta di Yoga sia proficuo stabilire dei traguardi, anche intermedi. L’aspettativa di un qualcosa per me è un «elemento perturbatore», un ostacolo, forse poco evidente e ben camuffato, al raggiungimento della «fusione» (descritto a pag. 111).
    Come confermatomi da Moiz Palaci e Renata Angelini (risposta a una domanda posta riguardo gli Yoga Sutra), l’evoluzione e il cambiamento (pag. 9) avvengono «a sbalzi», non sono prevedibili e non possiamo sapere a priori neanche in cosa consisteranno esattamente. Non riesco a definire tutto ciò “obiettivo di miglioramento” o “tappa di un cammino”. Il cambiamento addirittura potrebbe essere in un’altra direzione da quella “auspicata” e lo dobbiamo accettare comunque, nel momento in cui avviene. In questo àmbito a mio parere hanno poco valore il modo di pensare e agire “strettamente occidentali”, “puramente logici”. Si vanno a unire “piani” personali fisici, energetici, sottili la cui interazione è difficilmente immaginabile e, per l’esperienza di alcuni maestri, nemmeno descrivibile con parole.
    Io non trovo scandaloso, quando mi accomodo sul tappetino, non avere aspettative particolari. So che seguendo le istruzioni delle insegnanti e non esagerando avrò dei benefici. Quali? Potrò rispondere con precisione, se trovo le parole, alla fine di quella pratica.
    A presto e un augurio di serena annata.

    P.S. In realtà il libro di Van Lysebeth concorda maggiormente con quanto hai scritto tu e non con quanto mi sono permesso di estrarre, per sostenere i miei argomenti. Un po’ ho barato ma, se hai letto il libro, concorderai che probabilmente è abbastanza lontano anche dal “tuo” Yoga. Ci sono numerose pagine che descrivono procedure di Hatha-Yoga “estreme”, prese tali e quali da testi quali Hatha-Yoga Pradīpikā, che penso tu non abbia mai sperimentato, probabilmente come la maggior parte di allievi/e che praticano “solo” da una ventina d’anni (io le ho soltanto lette, ma almeno di una Gabriella aveva dato le istruzioni, fotocopiate da un altro testo). Sono procedure che oggi definiremmo invasive (anche se siamo noi stessi a “infliggercele”) ma appartenenti alla tradizione e sperimentate, sotto la guida di maestri, da coloro che poi sono diventati i maestri occidentali.
    Questo escursus per dire, o ribadire, che non c’è uno Yoga “più corretto”, “vero”, “meno contaminato”. Parlando di Yoga facciamo riferimento a pratiche millenarie, tramandate soprattutto oralmente da maestro a discepolo. Quando trasformate in scritti, lo scopo principale era comunicare con chi già sapeva, non insegnare da zero una PRATICA. Discorso diverso invece per i testi con contenuto più “filosofico”. Quindi pratichiamo tranquillamente, ma pratichiamo. E se a fine pratica abbiamo la percezione di beneficio, continuiamo a praticare senza eccessivi “rimuginamenti”.

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